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oncologia integrata

Dalla Oncologia standard alla Oncologia Integrata

Dopo la diagnosi di tumore è il flipper: il paziente e i familiari rimbalzano da un'informazione ad un'altra, da un suggerimento, un consiglio, una indicazione all'altra.

La cosa più facile sarebbe distinguere tra le cose giuste quelle sbagliate. Peraltro in oncologia è normale chiedere un secondo parere. Lo prevede la prassi, nessuno ha motivo di offendersi, anzi gli stessi oncologi informati dai pazienti di voler chiedere un secondo parere possono addirittura esserne contenti e collaborare con il collega.

 

Esistono poi casi intermedi in cui non si potrebbe distinguere esattamente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma tra una terapia giusta e una terapia ancora migliore. Quindi non c'è una discussione sulla correttezza della diagnosi ma piuttosto c'è da decidere quale tipo di modello terapeutico scegliere, e decidere fino a che punto fare cosa e come.

E’ il caso dell’Oncologia del protocollo internazionale: uguale per tutti a parità di condizioni cliniche.

Esiste poi una terza categoria di situazioni: quando si può scegliere tra il meglio e l'ottimo.

È il caso della Oncologia Integrata: accanto al protocollo internazionale che deriva dalla diagnosi istologica, insieme al protocollo oncologico standard che segue la diagnosi, si possono integrare appunto altri interventi come l'ipertermia, il sostegno psicologico, una nutrizione personalizzata, un profilo di integratori, fitofarmaci e altri farmaci cosiddetti "naturali", che nella scelta, dosi e posologia siano però coerenti con il format oncologico base e ad esso sinergici. E ancora: ozonoterapia e altro ancora con l’obiettivo di ridurre gli effetti collaterali dei farmaci, aiutare l'organismo a ridurre l'infiammazione, riattivare le risposte naturali del sistema immunitario, migliorare il tono dell'umore, ridurre i dolori, la nausea e il vomito e, in generale, intervenga per migliorare la qualità della vita.

Quindi il vero bisogno della famiglia e del paziente quando riceve una diagnosi oncologica è trovare un interlocutore affidabile, esperto e disponibile, capace di spiegare in modo semplice e comprensibile la situazione attuale e lo scenario che ci si troverà di fronte: quale gli effetti collaterali, quali gli indicatori da tenere presente, quali risultati attesi.

Conterà in modo decisivo la qualità di relazione orientata al comune obiettivo di attraversare al meglio possibile l'esperienza della malattia e della sua cura.

Gli oncologi rischiano di essere piuttosto orientati sulla malattia, perciò si concentrano prevalentemente sulla terapia che sulle reazioni che seguono ad essa in termini di reattività fisiologica, perché questa rientra nel loro ambito di competenza. Nella complessità dell’organizzazione delle cure rischiano di non considerare abbastanza anche gli effetti emozionali e psicologici del singolo paziente, del suo sistema di relazione. Questo avviene per molte ragioni la maggior parte delle quali anche all'insaputa dell'oncologo e persino suo malgrado.

Le difficoltà logistiche a raggiungere il centro clinico, i tempi per la prenotazione delle visite e le file agli sportelli, i posteggi. E ancora: la necessità di ottimizzare il tempo dei medici più esperti che riduce la possibilità di essere seguiti sempre dallo stesso medico e di costruire con lui un rapporto anche personale, cosa che avviene con maggiore difficoltà quando ai controlli periodici ci si trova di fronte sempre una persona diversa che rischia di guardare piuttosto le analisi la cartella clinica che la persona che gli sta seduto in carne e ossa davanti.

Inoltre: la difficoltà a trovare i farmaci, i contrasti con l'assicurazione, quando c'è, per avere rimborsi alle cure e, più in generale, l'immenso sforzo economico che rischia volte di schiantare l'intera economia familiare, sono questioni che non riguardano la dimensione strettamente clinica dell'oncologo eppure incidono fortissimamente sulla possibilità delle cure e quindi sulla efficacia reale.

Come pure incidono le dinamiche familiari e le storie di vita dei pazienti: se nella stessa famiglia ci sono stati altri casi di tumore dello stesso tipo o di un tipo diverso, l'attitudine con cui si affronterà la terapia e le sue fasi altalenanti, definirà traiettoria diverse da paziente a paziente, da famiglia a famiglia, da storia a storia, anche se la diagnosi fosse per tutti la stessa.

Coniugi che si amano attraversano l'esperienza oncologica in modo assolutamente diverso da persone sole, o con un compagno con cui non hanno una concreta e amorevole intimità. Allo stesso modo, ma con sfumature diverse, quando la persona malata è un padre o una madre. Un genitore amato propone uno scenario oncologico completamente diverso di un genitore con il quale non si è costruito nel tempo una relazione amorevole.

Il tumore diventa un acceleratore e un potenziatore di fenomeni emozionali del tutto diversi da una situazione all'altra.

Ancora più complessa è la condizione di un figlio malato: di nuovo la qualità della relazione tra i genitori configura a parità di diagnosi e di protocollo terapeutico scenari del tutto opposti.