Blog

Niente paura

Come non lasciarsi sopraffare dalla paura

Il mondo dell'oncologia andrebbe immaginato come uno scenario mutevole, pieno di segnali ambivalenti, dal significato incerto, di estrema variabilità a seconda di come gli stessi elementi vengono interpretati o collegati tra loro da diversi operatori.

Ciascun attore nello scenario oncologico partecipa con un proprio punto di vista. Il senso di disorientamento è quasi uno stato permanente. La paura ci prende in ogni sua possibile sfumatura perciò è importante imparare in fretta ad orientarsi, a cercare di rispondere all’eterna domanda: “… per andare dove devo andare, per dove devo andare ?”

La paura, tra le altre, è forse la maggiore delle difficoltà in oncologia: forse è insuperabile e lo resterà sempre. Comincia proprio dalla diversità e complessità dei punti di vista di ciascuno. Apparentemente la filiera delle cure comincia in modo chiaro e distinto: dopo una ipotesi clinica si passa alla verifica.

La lettura del vetrino sotto il microscopio definisce la fase della diagnosi istologica, da essa deriva la diagnosi oncologica. Apparentemente si parla di una e una sola cosa: la cosiddetta malattia. Non è mai così: la persona malata (l’unica ad avere un interesse davvero concreto e diretto alla situazione), osserverà lo stesso fenomeno della malattia dal proprio specifico punto di vista.

Nessuno avrà mai la stessa prospettiva: anche i suoi familiari e gli amici ne avranno uno diverso. Ancora di più sarà diverso quello dei conoscenti, dei colleghi di lavoro: ciascuno mostrerà reazioni anche assai diverse. Come potrebbe essere diverso? In una organizzazione la malattia di una persona è un problema in più da risolvere: il lavoro ha logiche, esigenze e necessità completamente diverse e spesso opposte a quelle di una famiglia o di un'amicizia.

E che dire delle assicurazioni (quando ce n'è una): un malato equivale ad un rimborso spese e più sono efficaci le cure più aumenta l’impegno economico. Anche per questo il lavoro dello Psiconcologo non sempre viene riconosciuto e come tale rimborsato? Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

E ancora: come viene considerata la stessa malattia da quelli che per lavoro curano dei malati e assistono i familiari? Essi guadagnano con i servizi e i prodotti connessi alle cure e spesso, persino senza accorgersene e senza malafede, si generano imbarazzanti conflitti di interesse tra i vari protagonisti.

L’ingenuità è cattiva consigliera: le malattie oncologiche muovono quantità gigantesche di denaro e di interessi in dinamiche dominate dall’intensità creata dalla combinazione di paura, urgenza e senso di impotenza.

Le dinamiche della paura dei pazienti e dei loro familiari possono rendere la vita assai difficile a chi deve suggerire cure costose e impegnative. Il tumore non fa differenze di ceto e di censo ma i ricchi hanno maggiori possibilità di curarsi e di guarire dei poveri, è triste dirlo ma per ora è così. La paura e la sensazione di impotenza dei pazienti e dei familiari tende ad amplificare la tendenza gregaria e la delega l'esperto.

Tanto nella sanità pubblica come in quella privata si possono generare tensioni, equivoci e rischi: gli incompetenti, gli inesperti, i distratti e i malintenzionati sono distribuiti equamente come in ogni sistema vivente. Incontrarli è statisticamente inevitabile perciò la parte difficile è riconoscerli se non al primo sguardo almeno al più presto e allontanarsi di corsa.

La paura però ci inganna perché come in un naufragio il primo appiglio a cui aggrapparsi per galleggiare ci sembra essere la soluzione migliore.

Un suggerimento ?

Se sbagliare è inevitabile si deve imparare a farlo velocemente e imparare a sbagliare meglio: sapendo imparare da ogni occasione e da tutto prendere quel che c’è di utile e di buono, paura compresa.